3 cose Mindfulness

Sono appena tornata dal mio primo ritiro di silenzio e meditazione consapevole in un monastero sulle colline marchigiane. Sono atea e il fatto di andare in un monastero con i monaci, beh, un po’ di spaventava: il pensiero di tutta quella religiosità impostata, le laudi e i vespri, mi disturbava. Infatti, mi sono subito accertata di poter saltare tutte le funzioni e ho messo in conto di fare un po’ di meditazione per conto mio. Invece, ho trovato il bel sorriso di un monaco ad accogliermi e ho sentito subito che quella era anche casa mia, che potevo sentirmi a mio agio, senza domande né imposizioni.

Lascio le considerazioni più “alte” ai miei prossimi post.
Qui mi voglio concentrare solo sulle questioni pratiche relative al ritiro silenzioso, quello che ho capito sulla vita di tutti i giorni, stando 2 giorni in totale silenzio, senza cellulare e altri mezzi di comunicazione con persone sconosciute, mai viste prima.

Stare in silenzio per giorni interi

La prima cosa che ho capito è che si può stare in silenzio per giorni interi senza sentire la necessità di parlare, comunicarsi, raccontare e commentare. Zero parole. Ero a mio agio in silenzio, proprio io che mi devono zittire a cannonate, ho sentito tutta la libertà di non dover, per forza, dire qualcosa. Non dovevo pensare a cosa dire o come avrei potuto (o dovuto) raccontare quanto stavo pensando o sentendo. Silenzio e libertà, totale. Vivere in totale silenzio con delle persone sconosciute, condividere i pasti, le meditazioni, senza conoscere nemmeno il nome, può risultare estraniante. E invece, alle volte, le parole allontanano, fanno emergere differenze, steccati culturali, sociali e ci allontanano. Il silenzio, invece, riunisce, avvicina, ci fa vedere l’altro come è realmente. Perché riusciamo a vedere quello che di solito non notiamo, lo sguardo, i sorrisi, il modo in cui ci si muove, le piccole espressioni. E tutto prende un significato diverso e ci fa sentire più vicini. Il silenzio crea vicinanza.

Stare senza cellulare? Si può

La seconda cosa è che ce la si può fare a stare senza cellulare, tablet e pc, per due giorni. Appena iniziato il ritiro li ho messi in modalità aereo e stop. Pensavo che mi sarebbero mancate le mie chat su wa, vedere le news su twitter, guardare le foto su Instagram o seguire i miei amici su facebook. Io sono una di quelle che apre fb 50 volte al giorno, magari solo per vedere i primi tre post e saltare su Instagram. Anche qui una scoperta sorprendente: non ci ho pensato “Cosa sta succedendo ora?”, “Mi avrà scritto qualcuno su wa?”, “Nel gruppo delle mie amiche che staranno dicendo?”. Niente, zero. E questo è liberatorio. Posso stare senza di loro e soprattutto posso starci senza pensarci! È possibile mettere in stand by la vita, come morire per un po’. Il mondo va avanti lo stesso senza di noi. Lo sappiamo tutti, in teoria, ma poi pensiamo che se non ci siamo, non facciamo, non vediamo tutto crolla, arrivano le cavallette, scoppia la terza guerra mondiale. Ed invece, il mondo se la cava benissimo senza di noi e noi stiamo benissimo senza il mondo. “Oggi voglio stare spento” canta Vasco. Ci si può riuscire, anzi fa bene. A me ha dato un senso di liberazione e di pace.

Il tempo

La terza cosa è il tempo. In due giorni, a parte le meditazioni e gli orari delle funzioni, non c’era nulla da fare. Non si poteva leggere, né scrivere, né tantomeno parlare o guardare il cellulare. A dir la verità non si doveva nemmeno pensare. E allora che fare?

All’inizio mi sono spaventata “che faccio?”. Poi ho iniziato a camminare nella boscaglia intorno al monastero, sedermi sotto un grande cipresso, abbracciare un albero o guardare il sole che tramontava sul mare dalla grande terrazza. E sono stata lì, ad osservare e respirare. Essere invece di fare. Sentire il proprio corpo, le sensazioni di camminare, l’erba sotto i piedi, il vento a contatto con la pelle. E respirare, arrivare al centro. Provare a sentire il presente, l’attimo che stiamo vivendo senza aspettative del futuro né ricordi del passato. Non è facile, molte volte la mente vagava avanti e indietro. Mi sono detta di farlo anche fuori di lì, prendermi dei momenti per essere me anziché fare me.

Dopo i due giorni, uscita dal ritiro, la vita disastrosa è ricominciata. Ma quello che ho trovato mi è rimasto e ho oltrepassato il cancello con questi tre pensieri: il silenzio è rigenerante, il mondo può stare senza di me (e io senza il mondo) e che è necessario fermarsi, alle volte, per “essere me” anziché “fare me”.