Accettare le proprie debolezze

Credo nei superpoteri di ciascuno di noi, ma allo stesso modo, sono convinta che abbiamo tutti la nostra criptonite. Cosa intendo?La criptonite è quel metallo verde che se avvicinato a Superman gli fa perdere i suoi superpoteri; rappresenta per Superman la sua debolezza, la sua fragilità. Perché non esiste un supereroe senza punti deboli, nemmeno Superman. Ciascuno di noi ha la sua personale criptonite. Quella situazione o attività che ci fa sentire insicuri, deboli e ‘sbagliati’.

Molte volte basiamo il giudizio che abbiamo su noi stessi proprio da questi sentimenti di inadeguatezza e non dai nostri superpoteri. Perché è più facile vedere le nostre insicurezze rispetto alle nostre qualità. Non è proprio tutta colpa nostra, è la nostra mente che è disegnata cosi, un po’ come Jessica Rabbit. Ci ricordiamo di più le esperienze o sensazioni negative per un puro istinto di sopravvivenza. Evitare in futuro qualcosa di pericoloso o solo di negativo (la mente non fa questo genere di distinzioni) potrebbe salvarci la pelle. Invece dimenticarsi una bella sensazione ci può solo renderci tristi o depressi.
E noi, esseri geneticamente predisposti per la continuazione della specie, preferiamo vivere depressi e procreare.

La nostra mente è stata ‘programmata’ alla vita, non alla felicità.

Tutto questo per dire che non dobbiamo affliggerci se stiamo sempre li a guardarci l’ombelico e ripensare all’ultima figura marrone che abbiamo fatto! Siamo fatti così, allo stesso modo per cui abbiamo due braccia e un solo naso. Tornando alla criptonite, io la mia la conosco bene. Cosi come tutte le persone che frequento. Io, di fronte a qualsiasi attività meccanica, che comporti l’utilizzo delle mie mani – ad eccezione di pc, smartphone o qualsiasi altro device elettronico – sono come Superman davanti alla criptonite. Mi paralizzo, il cervello mi va in game over e cerco di capire inutilmente come posso utilizzare quei due attrezzi che stanno alle estremità delle mie braccia per risolvere un enigma che mi appare irrisolvibile. Non riesco ad aprire una scatola senza pugnalarla e frantumarla in 100.000 pezzi com l’utilizzo di oggetti contundenti vari, che a confronto il mostro di Milwaukee sembra un dilettante.

Aprire una porta con una sola chiave a disposizione, per me è un task super difficile, di solito riesco solamente al ventesimo tentativo dopo aver provato ad infilare la chiave anche dalla parte tonda (lo scassinatore non sarà mai il mio mestiere).

Cucinare qualcosa di più complicato di una frittata con lo jocca, è come scalare l’Everest: una fatica immane. Ma la cosa più difficile è infilare un oggetto nella sua base; continuo a guardare e studiare l’oggetto e tentare a caso tutte le posizioni più assurde, senza mai (nemmeno per sbaglio) azzeccare quella giusta. Provo a pensare come fare, ma la mia mente si rifiuta di utilizzare quel pensiero analitico che mi viene cosi semplice per altre attività che esulino dall’utilizzo delle mie mani. E dopo la confusione, arriva l’insicurezza. Se mi sale una idea corretta, la censuro perché non è possibile che proprio a me venga la soluzione.

E quindi mi guardo intorno alla ricerca di una faccia amica, o anche solo di una faccia che, mossa da compassione, mi aiuti a risolvere quel problema insormontabile. La speranza vera è che poi dica “Dai, spostati: lascia fare a me!
E in quel momento ricomincio a respirare, i battiti rallentano e con un sospiro di sollievo penso “Anche stavolta ce l’ho fatta!

La fortuna- o forse la sfortuna – è che la trovo quasi sempre la persona che mi viene in soccorso. E ogni volta si autoalimenta la sensazione di non essere proprio capace; che io queste cose non le so proprio fare.

“Alla fine era cosi semplice!”

E la parola fallimento si accende come un neon a Broadway. Il potere della criptonite verde aumenta, come un vulcano che diventa sempre più grande. In questo modo alimento le mie insicurezze e la sensazione di sentirmi sbagliata. Basterebbe poco per rompere l’incantesimo. Basterebbe provarci e non cercare aiuto.

Sbagliare e ricominciare fino a che non riesco a trovare la soluzione. Ricominciare con il sorriso ogni volta.

Questo non farebbe di me, nemmeno dopo 1000 anni, la maga del DIY o del bricolage; mi occorrerebbero sempre quella ventina di minuti in più rispetto ad una persona di medie capacità; ma almeno svanirebbe quella sensazione di incapacità e debolezza.
E la criptonite perderebbe un po’ di forza. E in questo momento che la vita mi obbliga a fare tutte quelle cose che ho sempre cercato di evitare, mi dico che forse sono una ragazza fortunata.

Che è un bel esercizio stare quasi tutta la giornata davanti alla mia criptonite e capire che, alla fine, può diventare mia amica. E che l’accettazione non è evitare ciò che non ti piace o non ti riesce naturalmente ma viverci insieme giorno per giorno

Imparando a riderci sopra. E a ricominciare ogni volta.