È vero “Flashdance mi ha cambiato la vita” come diceva Nanni Moretti in Caro Diario. Ma ci sono anche altri film degli anni 80 che hanno formato l’estetica e i valori di una generazione, la mia. Nella mia personalissima playlist ci sono (oltre a Flashdance):

  • Footloose;
  • Ritorno al futuro;
  • Dirty Dancing;
  • Wargames;
  • L’attimo fuggente;
  • The Karate Kid;
  • E.T.;
  • Cercasi Susan Disperatamente (non per il film in sè ma per cosa è stata Madonna in quegli anni);
  • Stayling Alive;
  • Una donna in carriera.

E poi c’è il mio primo film: “Il tempo delle mele”.

Ieri sera, dopo decenni, mi è capitato di vederlo, in un canale randagio, in una sera dove non cercavo nulla e l’ho trovato. Era già iniziato; poco importa, la storia la sapevo già. Ecco le tre cose (più una) che ho capito di me ri-guardando “Il tempo delle mele”.

La prima cosa è che vorrei diventare come Poupette, la bisnonna di Vic. Una vecchietta libera, anticonvenzionale, curiosa, capace di stare al fianco della nipote senza retorica. Forse la più giovane di tutti e la più adulta. Ecco, vorrei rimanere sempre giovane come lei. Incasinata, sconclusionata ma felice della vita.

La seconda è la sindrome da Pierre Cosso. Ho capito solo ieri che sono cresciuta con l’imprinting dell’ultima scena. Quella dove lei sta ballando con il suo primo amore, per cui ha smosso mari e monti per conquistarlo, ma poi alza gli occhi e lo vede e niente ha più un senso. Il film si ferma lì, non ci dice nulla. Non dice quello che viene dopo; chi è lui, se è intelligente o stupido come una pigna, se parla solo di calcio o ha l’umorismo di un procione nano. E proprio questo mi ha fregato. Ho sempre cercato quel finale, non capendo che era solo l’inizio. Quel singolo attimo, quello sguardo; pensando che sarebbe bastato.
E invece no. Non basta. Ma vallo a spiegare ad una tredicenne affamata della vita!
Adesso che ho capito di cosa sono mi sono ammalata decenni fa, voglio liberarmi dalla sindrome di Pierre Cosso (si accettano consigli su come uscirne).

La terza considerazione riguarda “Reality“, il tema principale. È la canzone della mia prima adolescenza, delle feste in casa, dei lenti ballati abbracciati, delle prime cotte e delle speranze ingenue. E non c’è niente come una canzone che ti riporta atmosfere e sensazioni di un tempo lontano. Non è un capolavoro ma Reality rappresenta un pezzo della mia vita.
Ecchisenefrega della critica musicale; per me Reality è un pezzone, che sta nella top ten della mia vita.

In una sera afosa di agosto, ho anche scoperto una commedia diversa da quello che mi ricordavo, non banale, ben recitata con dialoghi scritti bene. Perché essere pop non significa essere mediocri o ordinari.

Essere pop è vivere semplici e leggeri, come nel tempo delle mele.