Cosa succede quanto una catastrofe si abbatte nella nostra vita? Quanto stress ci causa gestire le nostre vite disastrose? Pensieri scomposti sulle prime (e non ultime) quattro cose che ho imparato vivendone una.

Prima di tutto, partiamo dalle parole. L’accezione che attribuisco a catastrofe è: un evento che ci scompiglia la vita, che manda a puttane i nostri piani e l’idea che ci siamo fatti del nostro futuro.

Un evento ‘rompi-piani’, insomma.

Catastrofi piccole o grandi ma che comunque ci costringono a giocare con carte diverse da quelle che avevano in mano, ci provocano stress, frustrazione o nervosismo e non ci permettono di goderci a pieno il presente. C’è una ampia gamma di catastrofi: una giornata al mare pianificata da tempo ma rovinata da una pioggia improvvisa, una cena fuori saltata per la febbre di un figlio, una relazione sempre pensata stabile e poi finita all’improvviso o una malattia che ci costringe a casa per un lungo periodo. Tutti questi fatti implicano un cambiamento non voluto che ci provoca nervosismo e fastidio perché la vita non è andata così come pensavamo noi.

Per questo, Jon Kabat-Zinn ha intitolato il suo primo libro sulla mindfullnessFull catastrophe living“.

In italiano è stato tradotto con il titolo “Vivere momento per momento”, snaturandone il senso, come spesso capita nelle traduzioni di titoli di film e libri – ad esempio, il bellissimo e poetico film “Eternal sunshine of a spotless mind” è stato tradotto in “Se mi lasci ti cancello”. Ci sono i termini per un TSO per i traduttori e i distributori italiani. Kabat-Zinn ha voluto chiamare cosi il suo libro, anche di fronte alle resistenze degli editori.

Non è un titolo ‘markettaro’, non come “Essere felici in 10 step” o “Vivi felice senza pensieri” o anche “Vivere momento per momento”.

Il titolo parla del problema e non della soluzione.
Delle nostre vite disastrose, delle catastrofi che accadono a tutti. Ci accomuna in un grande unico destino: il fatto che ci sono accadute e ci accadranno piccole e grandi catastrofi e questo non possiamo evitarlo. Quello che possiamo fare è imparare a viverci, a vivere le nostre disastrose vite. In questo sta la forza e bellezza di questo libro.

In questi giorni é capitata anche a me una piccola grande catastrofe familiare. Non una tragedia, ma una di quegli eventi che cambiamo la tua routine e ti costringono a rivedere i tuoi piani. Il tuo futuro prossimo, cosi come è sempre stato e come lo avevi pensato non sarà quello che avevi in mente. Sai che il temporale passerà ma nel frattempo devi capire come fare, dato che sei senza ombrello e non hai nemmeno un k-way. “Ballare sotto la pioggia” é tanto bello a dirsi ma molto difficile da mettere in pratica. La sto vivendo a pieno la catastrofe e cerco di osservarla con uno sguardo da ‘fuori’.

Di seguito la lista (aperta) delle cose che ho capito (fino ad ora):

La prima è che, in caso di catastrofe, le relazioni scricchiolano, si inceppano.
L’olio che ungeva meccanismi consolidati non c’è più perché siamo costretti ad utilizzare altri ingranaggi, a volte mai usati. Gli ammortizzatori non funzionano più e tutto stride. Questo ci rende nervosi, meno comprensivi verso gli altri. Perché gli automatismi di prima sono fuori uso e fatichiamo a trovare nuovi equilibri, a restare distaccati. Tensioni, incomprensioni, malumori sono all’ordine del giorno lasciandoci stressati e esausti. Solo ancorandoci alle sensazioni del nostro corpo e cercando di non reagire ma di rispondere agli stimoli esterni, possiamo fermare questo loop vizioso. Ma molte volte la mente è più veloce e siamo già nel buco dei nostri incastri mentali. L’unica cosa che c’è da fare è ricominciare, sperando che la volta dopo vada meglio.

La seconda conseguenza riguarda il ruolo che ognuno di noi si è costruito negli anni: genitore, persona di successo, figlio, care-giver, etc. L’immagine che l’ego ha di te e che tu sei abituato a recitare ogni giorno. Dentro le catastrofi, i ruoli cambiano: ti trovi a interpretare in una parte che non è la tua, che non ti è naturale, in cui non ti senti a tuo agio. Alle volte ti senti goffa, inadeguata, incapace a fare cose che altri ritengono banali e che per te sono muri altissimi. Sei fuori dalla tua comfort zone e questo ti procura stress. È lì che risiede la sfida più difficile, reinventarsi rimanendo sé stessi. E poi c’è tutta la fatica dell’accettare il cambiamento, la resistenza che la mente applica ad immaginare scenari non richiesti, non voluti. La mancata pianificazione è un brutto male che ci accomuna un po’ tutti.

Capire che il caso fa come vuole e noi non siamo padroni del nostro futuro è difficile da digerire. E anche questa é una battaglia tutta da combattere.

La quarta e ultima è una piccola scoperta.
Per la prima volta ho lasciato emergere le mie emozioni, i miei sentimenti, senza censurarli a me stessa o giudicarli. Ho accettato di essere preoccupata, triste e poi arrabbiata e infine sconfortata. Non ho combattuto contro questi pensieri e sensazioni. Li ho osservati, guardati senza sentirmi in colpa di essere fragile o di non essere come il mio io mi diceva di dover essere.

Mi sono detta: “…ehi, non sei triste, stai solo provando un sentimento di tristezza.”
Questo ha cambiato tutto. Sai che è così ma che se ne andrà. E mi sono sentita sollevata all’interno della catastrofe perché sai che il temporale passerà e arriverà il cielo blu.

Perché proprio oggi me lo voglio ripetere “Blue sky is always there”.

Alle volte è difficile vederlo, trovarlo in mezzo ai nuvoloni gonfi e neri che riempiono il cielo.

Ma il cielo blu è sempre lì, dentro di noi ad aspettarci.

Lontano solo un respiro